Fu una trentina d’anni or sono che la medicina italiana,

e la geriatria in particolare, si diedero un obiettivo

che fu sintetizzato felicemente con lo slogan “Diamo più

vita agli anni”. Era il naturale corollario di un’evidenza

demografica che stava sconvolgendo il panorama

della popolazione italiana ma anche dei paesi più

sviluppati, cioè l’aumento dell’attesa di vita oltre

le previsioni (77 anni per gli uomini, 83 per le donne)

che portava l’Italia in testa alla classifica mondiale

dei paesi più vecchi del mondo.

 

Il mondo della medicina e della ricerca scientifica,

ma anche quello della politica, prendeva per la

prima volta coscienza che la società doveva attrezzarsi

per affrontare una situazione che avrebbe potuto

trasformarsi, in prospettiva non troppo lontana,

in emergenza.

 

L’aumento dell’attesa di vita alla nascita, infatti,

se da una parte è il segno felice di una conquista medica

e sociale, dall’altra parte consegna una realtà grave,

cioè un aumento delle condizioni di disabilità e di disagio.

Per questi motivi l’Italia è diventata un laboratorio di

ricerca, al quale si sono rivolti gli occhi dei paesi sviluppati

per studiare un’organizzazione sociale e sanitaria volta

alla protezione della salute e della qualità di vita

dei cittadini non più inseriti nel mondo del lavoro.

 

Il rischio immediato è di trasformare questa parte della

società, alla quale va il merito e la riconoscenza per  aver

realizzato con il suo lavoro e il suo sacrificio lo stato di

benessere sociale che è stato raggiunto, in un esercito

di emarginati. Da qui la necessità di organizzare

un efficace sistema di tutela e cura per la salute

degli anziani, in particolare delle persone molto anziane

cronicamente ammalate e non autosufficienti,

e di stimolare l’intera società a una alleanza che

sappia affrontare e risolvere i problemi e gli squilibri

derivanti dall’evoluzione demografica ed epidemiologica

 

In questo scenario è stata importante la realizzazione

delle Residenze Sanitarie Assistenziali (o Case di riposo),

che hanno il difficile compito di creare le condizioni

per “permettere la vita” di chi vi è ospitato e che ha

bisogno di cure primarie e specialistiche prestate

da personale motivato e capace. Non vi è alcun motivo

per dare a questi cittadini un’attenzione minore rispetto

a quelli che vivono nelle città senza mura.

 

Le residenze per anziani sono ambiti dove le fragilità

si concentrano; è quindi pertinente pensare a queste

strutture come “contenitori di cristalli”, dove la cura delle

fragilità permette alla bellezza del cristallo di sopravvivere.

È evidente che si devono mettere in atto le opportune

misure di protezione, che non possono essere sporadiche,

ma caratterizzare tutta la vita dell’anziano.

 

La sfida consiste nel raccogliere le competenze più diverse

e indirizzarle assieme verso la costruzione di un ambiente

protetto, cioè un luogo dove le fragilità possano

mostrare ancora il residuo (piccolo o grande)

di umana nobiltà che le caratterizza.

                              

 

 
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